Gente del Quindicesimo

Presidente Onorario Gen. S.A. M.A.V.M. Oreste Genta

“SIM…SALA…BIMM”

di Antonio Toscano

 
Ovvero rivisitazione ciclica e periodica dei concetti chiave (come stabilito dall’Accademia della Crusca) “Accà nisciun e fess” – (sottotitolato per i non udenti: Simm e Napule paisà”)
Vorrei partire dalla constatazione dell’illustre collega, circa lo scoprire che un campo di colza visto da dentro è qualcosa di diverso che vederlo dal di fuori.
Rammento il grande maestro della triste riflessione che era Totò, nella sua Poesia “A livella”: …giovanotto??? Vorrei saper da voi vile carogna con quale ardire e come avete osato di farvi seppelir, per mia vergona, accanto a me che sono un blasonato!!!

La casta è casta e va sì rispettata, ma voi perdeste il senso e la misura, la vostra salma andava sì inumata, ma seppellita nella spazzatura!!....”

Per chi non conoscesse la storiella che narra di un dialogo tra defunti, un povero spazzino ed marchese, in un cimitero; il grandissimo Antonio De Curtiis – in arte Totò – che aveva una mai celata avversione per la morte, in realtà trasforma provocatoriamente la storiella, in una riflessione sulla volatilità del concetto di nobiltà, di miseria, di complessità dei concetti e dei valori di vita, visti con gli occhi di un defunto (requiescat in pace).
Sinteticamente: ogni cosa vista da di dentro, risulta diversa da quella che ognuno può vedere dal di fuori.
Noi umani abbiamo una prerogativa: voler leggere la realtà; questa non è sempre quella che appare; in realtà noi abbiamo una dote non comune quella di saper immaginare. E’ attraverso quello che immaginiamo che abbiamo il nostro contatto con la realtà; è attraverso le immagini che trasferiamo dentro di noi e che subito si collegano con i nostri vissuti soggettivi, che ci fanno leggere qualsiasi realtà.
Si potrebbe dire che tutte le ideologie nascano da questo costrutto umano, un tratto unico ed irripetibile del nostro essere al mondo.
Uno vede il campo di colza e se vuole scoprire cosa cela la sua essenza immaginativa, deve sperimentare di vedere il campo dal suo interno.
Potremmo allora inviare un messaggio: le cose non sono come si vedono, ma come appaiono attraverso la nostra soggettività.
Nel ricordarci i nostri colleghi scomparsi con i quali abbiano condiviso un tratto di strada comune dobbiamo andare nel campo di colza.
E’ una esperienza bellissima ed esaltante.
La memoria è però legata alla tangibilità del reale per cui posso constatare che il mio amico Franco Asti non è qui vicino a me e non mi suggerisce le parole, ma posso immaginare – a 25 anni dalla sua scomparsa – che egli dal suo campo fiorito e sereno, sorride con la franchezza e la freschezza contagiosa di sempre.
I piloti montavano d’allarme alle 20 di ogni sera e lui saliva silenzioso come un cospiratore le scale della sala operativa.
Esordiva così: “Con una manovra a tenaglia…chiudiamo lo stretto dei Dardanelli” indicando la carta geografica vecchia ed ingiallita; lasciando a tutti la voglia di immaginare di essere in una riunione tra gerarchie prussiane.
Usava pure una seconda frase di scorta, quando all’ora del cambio c’erano gli astanti che gremivano la sala operativa: “Pisciò!!??? Sì bello”, lasciando immaginare di essere parte di una claque che occupava i primi posti di un teatro di provincia.
Queste le due immagini di una realtà che non tramonta mai, che ho potuto vivere insieme a lui ed altri colleghi, quando facevamo i famigerati turni d’allarme, sul luogo, come al convitto, dove si dividevano i letti, i sogni, qualche panino; quando al mattino c’era il piccolo grande Rega che aveva già acceso la macchina per il caffè più buono del mondo.
Quando al briefing c’era l’intervento conclusivo di Giuà Giordano che leggeva una poesia di Salvatore di Giacomo, quando i giovani piloti illustravano un’emergenza al giorno, quando Trinca fumava come un turco, quando eravamo quelli che macinavano ore di volo (tre tacche al mattino, due al pomeriggio, una o due la sera); quando si andava di notte al punto RIFFI, quando Votantonio Berardo non era felice se non faceva i recuperi notturni dal “mammellone” (Pratoni del vivaro).
In questo campo di colza fiorito, ci stavamo bene, e nessuno mai ha chiesto di vederlo da di fuori.
Franco è uno di noi, uno di quelli che sta lì, per sempre in quel campo: realmente non c’è più, ma immaginativamente è sempre lì con la sua battuta e la sua simpatia.
Ciao Comandà, vorrei ricordarti quando siamo rientrati da Perdas con quel puzzo di formaggio che aveva invaso l’elicottero; ma si quella volta che Votantonio t’ha fatto fare un volo stratosferico (10.000 ft) strumentale; eri già bravo allora.
Sei sempre nei nostri cuori, gentiluomo ligure.

Tuo Totonno

P,S.: ma che c’entrà? Accademia della crusca, i fessi, …che vuol dire?
Vuol dire che nel mio animo più profondo convivono diverse componenti, una è il mio amore per i miei colleghi, per il mio eccellente Reparto; l’altra è la voglia di non dimenticare mai le cose belle di una vita vissuta in volo col 15°; ancora una è l’immagine che porto con me dei miei colleghi che non ci sono più, quelli conosciuti nel campo di colza.
Poi, si sa, è risaputo, se non ci fosse la “macchietta” a chi interesserebbe uno scritto sulle guerre puniche?
Ecco perché lo spot, le luci, la musica, “a mmuin”: Fiùùùù, firifiùùùù.
E come disse “Piscitiello Scrimo al pranzo di Corpo …giacchè mi trovo, saluto pure il Comandante”.

Mammajiut