Gente del Quindicesimo

Presidente Onorario Gen. S.A. M.A.V.M. Oreste Genta

Silenzioso Ardimento Risoluto

 Ieri come oggi, in azione con le Squadriglie Soccorso

Gen. B.A. Giacomo De Ponti

 

612Il ritrovamento di vecchie carte con le narrazioni della nostra guerra aerea nel Mediterraneo, dove le vicende – come si avverte nettamente nel “patos” che trasmettono - sono scritte ancora “a caldo” dai protagonisti, ha riportato alla luce il racconto che segue, dove si descrivono situazioni e sentimenti da sempre vivi e vividi nella storia del Soccorso Aereo. Lo sconosciuto autore racconta dell’opera dei reparti del Soccorso di allora, le Squadriglie e le Sezioni “S” (Sq. 612ª,613ª,614ª e Sezioni “Lero” e “Torre del Lago”, al tempo chiamate anche “Sanitarie”) e nelle Sezioni aeree di soccorso inquadrate nelle Squadriglie della Ricognizione Marittima. Ciò che oggi leggiamo di allora ci sembrerà affatto nuovo perché il Soccorso Aereo prescinde dalla tecnologia delle macchine, è fatto, ieri come oggi, dagli uomini e dal loro risoluto, sovente silenzioso, ardito sacrificio. 

 

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Distintivo per azioni

di guerra della

specialità Soccorso

Lo sfruttamento del mezzo aereo a benefizio di feriti ed ammalati doveva avere un vasto campo d’applicazione durante l’ultimo conflitto dove l’aumentata potenza militare e le molto accresciute autonomie degli apparecchi, sempre più conferivano a questi ultimi il carattere di protagonisti nella lotta sul mare. L’asprezza pertanto sempre più accentuata, assunta dal contrasto aeronavale, rese molto frequente la discesa in mare di velivoli sinistrati, sicché il problema del sollecito recupero di equipaggi, affidati a mezzi galleggianti d’efficienza non duratura, divenne sempre più assillante. Furono queste le ragioni che contribuirono a dare largo sviluppo all’impiego del velivolo da soccorso, ed in un secondo tempo a formare reparti aerei speciali, addetti al recupero del personale di volo infortunato.

Da principio vennero impiegati normali apparecchi di squadriglia, forniti del minimo indispensabile per trarre in salvo i sinistrati; quindi furono costruite vere e proprie ambulanze aeree, con tutta l’attrezzatura tecnica, necessaria a dare ristoro ed assistenza medica ai sinistrati (scaletta di recupero, armadio farmaceutico, bombole di ossigeno, cassette viveri, salvagente, cime, battellini pneumatici ecc.).

Quei velivoli prendevano normalmente a bordo il medico o l’infermiere, oppure tutti e due, a seconda delle circostanze. Senza volere stabilire una gradualità di meriti fra i piloti delle varie specialità, accomunati dalla stessa passione e dallo stesso rischio, occorre notare che diversa era la situazione psicologica del pilota del velivolo da soccorso, rispetto a quella degli altri colleghi. Il pilota bombardiere, cacciatore, siluratore, ricognitore correva indubbiamente forti rischi, controbilanciati però dalla soddisfazione d’infliggere al nemico danni visibili, e ricompensati spesso da una certa notorietà, conferita dalla citazione sul bollettino ufficiale.

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Il pilota da trasporto, pure svolgendo la sua opera nell’ombra, dopo tutto era diretto verso una meta prefissa e, una volta raggiuntala, vi riceveva tutta la possibile assistenza. Il pilota del velivolo da soccorso invece compiva la sua missione in condizioni di spirito del tutto speciali. Non l’euforia della lotta imminente, non la fierezza di poter apportare danni concreti al nemico, ma il triste presentimento di non arrivare in tempo a salvare colleghi carissimi pervadeva il suo animo conturbato. Spesso dopo lunghe ore di affannose ricerche rientrava alla base, senza aver nulla rilevato; ritornava poi, con qualche nuovo elemento acquisito, ad esplorare la solitudine del mare, che era muto ed indifferente a quell’ansia di ricerche. Quando quel pilota era fortunato, doveva ammarare spesso nelle più difficili condizioni d’ambiente e di mare, con sforzi enormi ricuperare i naufraghi, e ripartire quindi in condizioni tecniche peggiorate per l’aumentato peso del velivolo. In certe occasioni ed in un certo senso il suo era un volo fatto allo sbaraglio, che aveva però il grande compenso di aver portato la salvezza e la solidarietà della Patria ad esseri in procinto di sparire nell’immensità dei flutti.

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Cant Z 506 “C” (Civile) utilizzato dal Soccorso Aereo

L’apparecchio da soccorso agiva, di massima, in tre circostanze: quando il velivolo sinistrato riusciva a lanciare l’S.O.S., fornendo le coordinate del punto dell’incidente; quando non tornava alla base, né dava alcuna notizia di sé; quando infine una complessa operazione aerea in mare consigliava di farvi partecipare anche velivoli da soccorso, in modo che il loro provvidenziale intervento fosse immediato. Nelle prime due circostanze le difficoltà maggiori riguardavano la rotta da seguire per rintracciare i sinistrati affinché nel caso più favorevole, quando cioè si disponeva di elementi geografici precisi, le mutevoli condizioni di visibilità del mare, le correnti marine, cause di scarroccio, l’eventuale rotta del battellino di salvataggio, sul quale intanto i naufraghi si erano rifugiati, rendevano molto problematico il poterli individuare. Intuitive le difficoltà che si presentavano, nel caso che la ricerca dovesse avvenire senza alcun elemento sicuro d’orientamento. In tutti e due questi casi l’offesa aerea aveva carattere eventuale. Nel terzo invece, individuare i sinistrati era piuttosto facile, ma l’offesa aerea e navale nemica incombente.

 

Accompagniamo con la nostra mente nella sua missione uno di questi bianchi velivoli, che sulla fusoliera e sulle ali hanno ben dipinta la Croce Rossa, che dovrebbe immunizzarli da ogni offesa nemica. In base agli elementi a lui forniti dal velivolo sinistrato o dai suoi compagni di missione, il pilota fa i suoi calcoli circa la rotta da seguire, mentre a bordo s’appronta tutto ciò che serve a completare l’attrezzatura fissa e mobile del velivolo sanitario. L’apparecchio con a bordo il medico o l’infermiere, o tutti e due, accompagnato dai voti di tutto il personale, parte verso le solitudini d’un mare a volte calmo, il più delle volte mosso, o addirittura tempestoso. 

Gli occhi dei componenti l’equipaggio scrutano intensamente e con una certa impazienza la superficie liquida sorvolata. La visibilità molto spesso è ostacolata da foschia caligine; ogni tanto qualche schiarita che, con la subitanea apparizione d’un mare azzurro dalle onde increspate, contrasta con la visione confusa precedente. Spesso compaiono al limite d’orizzonte, mostruosi agglomerati di nuvole dalle forme più bizzarre; quelle che nella visione prospettica sono illuminate dal sole, appaiono argentee, ed in singolare contrasto con altre di colore oscuro che, in piano arretrato, si protendono in uno scenario fantastico, che solo la natura è capace di offrire all’occhio umano.

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Lo stesso Cant Z 506 “C” nei colori originali

Che cosa rappresenta nell'immensità d'un mare spumeggiante un minuscolo battellino, con dentro pochi uomini, sfuggiti ad una drammatica vicenda, per viverne molto spesso un’altra, non meno drammatica della prima? Qualcosa come un guscio di noce, sballottato dalla furia delle onde. Il pilota lo sa, ma sa pure che nella ricerca di quegli esseri è impegnato il suo amor proprio, e tutta la solidarietà dell’Arma a beneficio dei sinistrati, ai quali spesso egli è legato da vincoli di strettissima amicizia. Sa che le vicende del suo volo sono seguite da colleghi, superiori ed inferiori. Per lunghissime ore quindi scruta (e con lui scrutano tutti gli altri dell’equipaggio) quell’uniformità esasperante di mare mosso, cambia continuamente la quota del suo apparecchio, abbassandosi per meglio guardare nelle sinuosità mobili delle onde, quando qualcosa d’anormale si presenta alla sua vista, ed innalzandosi, quando vuole abbracciare più ampio orizzonte per l’osservazione.

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Cant Z 506 versione “S” (Sanitario) derivato dalla versione “B” (Bombardamento) utilizzato dai reparti del Soccorso dai primi mesi del 1943

A bordo è una tensione continua, tutti gli occhi sono protesi nell’ansia della ricerca e l’aereo, spesso tra l’infuriare degli elementi, tesse e ritesse la sua invisibile trama e la sua infaticabile orditura e non si da pace, fino ad esaurimento della sua autonomia.

Molte volte crede di aver raggiunto lo scopo, scorge rottami di velivolo, un battellino vuoto, una scialuppa contenente qualche indumento vuoto, un salvagente alla deriva testimonianza muta di aspre tragedie, vissute in mare da aviatori o da marinai, che confusero il loro ultimo respiro con l’invocazione alla mamma, nell’accavallarsi dei flutti, dai quali essi vennero sommersi.

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La 612ª Squadriglia S in azione

Allorché la lunga ricerca è coronata da successo a bordo è una vera festa, traspare nel volto dei componenti l’equipaggio una gioia virile che fa dimenticare di colpo tutta l’ansia e tutta la fatica precedente. Mentre il pilota s’appresta all’ammaraggio gli altri si dispongono allo loro specifica funzione di salvataggio primi fra essi il medico e l’infermiere. Il pilota condensa tutta la sua calma e la sua abilità professionale nella manovra e finalmente il velivolo può adagiarsi nella concavità delle onde. L’opera di salvataggio, non facile anche con mare calmo, si complica col mare agitato, a causa del moto ondoso e dello scarroccio.

Spesso si tratta di trarre a bordo personale ferito, che qualche volta occorre imbracare. Allorché i naufraghi sono finalmente recuperati, entra in piena funzione l’opera del medico, opera che va dal rifocillamento al cambio degli indumenti inzuppati, alle cure sanitarie più urgenti, alla somministrazione d’ossigeno e qualche volta ad un immediato piccolo intervento chirurgico. Quando il numero dei naufraghi è notevole (come nel caso di affondamento di navi) l’idrosoccorso, nella materiale impossibilità di prendere tutti a bordo, comunica a chi di dovere gli estremi per l’intervento di imbarcazioni di soccorso. Quando poi le condizioni del mare sconsigliano assolutamente l’ammaraggio, il bianco velivolo oltre che fornire gli estremi per l’intervento di mezzi marini, lancia ai naufraghi salvagenti o battellini di riserva con generi di conforto, per metterli in condizioni di poter prolungare l’attesa. Il decollo del velivolo da soccorso, dopo l’imbarco dei naufraghi, non è meno difficoltoso dell’ammaraggio, per l’aumentato peso e spesso per le condizioni peggiorate del mare. 

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L’Ala d’Italia ha dedicato numerose copertine alle imprese

del Soccorso in guerra; qui si ricorda un soccorso portato

ad un velivolo avversario abbattuto in mare

Quando il bianco velivolo ha potuto staccarsi dalle onde, fila gioioso ed impaziente verso la lontana base, alla quale il ticchettio del marconista s’affretta a dare la lieta novella. A quell’annunzio più di qualche occhio al campo s’inumidisce; in tutti è visibile un senso di fierezza riconoscente per l’equipaggio salvatore. Senza contare i numerosi salvataggi operati da normali apparecchi bellici, le squadriglie da soccorso eseguirono 723 ricerche nei primi due anni di guerra, compiendo 82 salvataggi e recuperando 338 persone, fra cui molti naufraghi tedeschi, inglesi ed americani. 

Più di una volta, ad opera del nemico, il velivolo sanitario non fece ritorno alla base e fra gli equipaggi non rientrati vi furono alcuni medici e vari infermieri. Quelle cifre documentano l’intensa passione di piloti, specialisti, medici, infermieri, la cui opera preziosa apriva una tregua riposante tra le vicende sempre più aspre della lotta, nella quale, al di sopra, di ogni rancore e di ogni animosità, il bianco velivolo da soccorso rappresentava come un palpito d’umana solidarietà verso tutte le vittime della guerra, a qualsiasi nazionalità appartenessero.

Sono pagine scritte sessant’anni fa, ma ancora fresche ed attuali di quella che è la vita di oggi della Gente del Soccorso Aereo, con le sue speranze, i suoi timori e le sue decisioni, ma, sopra tutto, con i suoi quotidiani sacrifici e gioie.

 

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In una rara immagine a colori, l’equipaggio dell’idrosoccorso

al rientro da una missione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Testi consultati e fonti

Documenti di archivio dell’autore